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Regia: Werner Herzog

con Werner Herzog, Bruce Chatwin, Karin Eberhard, Nicholas Shakespeare, Elizabeth Chatwin

Genere: Documentario

Durata: 85 minuti

HERZOG CI CONDUCE LUNGO I SENTIERI DI BRUCE CHATWIN, TRAMANDANDONE LA STORIA, CONTINUANDO IL SUO CANTO.
Recensione di Paola Casella

Durante gli ultimi anni della vita di Bruce Chatwin il regista tedesco Werner Herzog ha collaborato con lo scrittore inglese ad alcuni progetti e fra i due è nata un’amicizia istintiva e profonda. In Nomad Herzog ripercorre le tracce dei pellegrinaggi che Chatwin ha compiuto alla ricerca dell’anima del mondo, attraversando continenti con l’inseparabile zaino di pelle sulle spalle: quello zaino che ora appartiene a Herzog, e che diventa il terzo protagonista del film.

Nomad ci porta con sé alla ricerca del brontosauro, in Patagonia, davanti al relitto di una nave “fitzcarraldiana” a Punta Arenas, a Silbury Hill, nell’entroterra australiano e dentro caverne preistoriche o cimiteri indigeni: “luoghi in cui i nostri percorsi si sono incrociati, o che avevamo esplorato indipendentemente l’uno dall’altro”, come ricorda il regista.

Percorsi che, nei romanzi di Chatwin, “creano racconti mitici nella forma di viaggi della mente”, scandagliando incessantemente “la natura dell’esistenza”. Oggetti che, allineati nella vetrina delle curiosità composta da Herzog, consentono di risalire alle loro origini come faceva Chatwin, che da una pelle di brontosauro ricostruiva un’era scomparsa da millenni: fra tutti i taccuini dello scrittore, vere e proprie cosmogonie universali. Herzog arricchisce le immagini con le parole dei libri letti dallo stesso scrittore o dal regista, nel suo inconfondibile accento teutonico, e con le testimonianze di biografi, antropologi, archeologi e della vedova di Chatwin, Elizabeth, fervente cattolica con la capacità più autenticamente cristiana della tolleranza.

Nel suo tipico stile documentario Herzog appare spesso in scena, posiziona gli oggetti a favore di camera e impartisce istruzioni agli intervistati, per non farci mai dimenticare che ciò che vediamo è filtrato dal suo punto di vista. Ma lo scrittore e il regista erano davvero spiriti affini, due nomadi convinti che “il mondo si rivela a chi lo attraversa a piedi, credendo nel potere del cammino”, sempre in cerca di quelle forze magnetiche che attraversano l’universo e di un equilibrio interiore da rinegoziare continuamente, l’unico modo di rimanere vivi fino all’ultimo: come ben sanno quelle popolazioni erranti che cominciano a morire quando diventano stanziali.

Pochi registi raccontano la pietra, il ghiaccio, gli animali fantastici e le tribù millenarie, le bizzarrie del mondo e i paesaggi squilibrati come Werner Herzog. Pochi sanno commuoverci senza farci versare una lacrima, come del resto fa anche lui, “affettuoso e distaccato” (così lo descriveva Chatwin) al ricordo degli ultimi giorni del suo amico malato, “l’unica persona con cui potevo avere una conversazione sull’aspetto rituale del camminare”. Pochi sanno trovare le connessioni segrete fra Paesi, popoli, testi, artefatti: come faceva Chatwin, che “era Internet prima che Internet esistesse”. E per tutta la narrazione Herzog tiene teso il filo fra la curiosità di un regista eternamente affascinato dai misteri e il rispetto per ciò che “non è fatto per essere filmato”.

Nomad, come i romanzi di Chatwin, va alla ricerca dell'”essenza della vita e la possibilità di diventare umani”, ci prende per mano e prosegue per suoni e immagini il percorso dello scrittore tramandando la sua storia, “tenendo insieme la terra” e continuando il suo canto.