2026-03-15T00:00:00+01:00
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MARTEDI’ 24 FEBBRAIO

ore 21.00

prosa

di Neil Simon

uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Maria Vittoria ArgentiIlaria MartinelliAldo OttobrinoFrancesco Rotelli
scene Luca Baldini
costumi Daniela Salernitano
luci Gianni Staropoli
traduzione e adattamento Massimiliano Civica
proprietà intellettuale della traduzione di MTP Associati Srls
coordinamento tecnico dell’allestimento Marco Serafino Cecchi
assistente all’allestimento Giulia Giardi
direttore di scena Loris Giancola
elettricista e fonico Francesco Baldi
sarta Annamaria Clemente
cura della produzione Camilla Borraccino e Francesca Bettalli
ufficio stampa Cristina Roncucci
comunicazione Francesco Marini
foto e video documentazione Duccio Burberi
produzione Teatro Metastasio di Prato

George è uno scrittore di gialli “che potete trovare in qualsiasi supermercato”, vedovo inconsolabile. Jennie è un’attrice alle prese con il naufragio di un matrimonio mai davvero vissuto. A farli incontrare saranno Leo, fratello di George, e Faye, amica di Jennie: due complici che, nel tentativo di far scoccare la scintilla tra i due, finiranno invischiati in una relazione tutta da decifrare. Leo e Faye scopriranno ben presto che la scintilla che hanno innescato si è trasformata in un incendio: George e Jennie vogliono sposarsi dopo appena due settimane che si conoscono.

Capitolo Due segna una svolta nella carriera di Neil Simon: per la prima volta l’autore trasforma un lutto personale in materia teatrale, trovando nella commedia la forma più sincera per raccontare la tristezza, l’amore, e la possibilità di rinascere. Massimiliano Civica porta in scena un testo che fa ridere e commuovere, come solo la vita vera sa fare.

RITRATTO DELLO SCRITTORE

DA SCHIZOFRENICO DI NEIL SIMON

Eravamo sposati da poco, quando mia moglie e io ci siamo ritrovati faccia a faccia in cucina, a scambiarci parole dure come pugni, che erano devastanti e dolorosi quanto quelli che vengono scagliati in un campionato del mondo di pesi massimi. Ogni accusa, ogni “pugno emotivo” andava a bersaglio, e tutti e due barcollavamo a causa della potenza distruttrice delle verità che vomitavamo. Poi, d’improvviso, poiché non c’erano più parole adatte a esprimere il suo dolore, la sua frustrazione e la sua rabbia, mia moglie fece quella che, oggi, mi sembra l’unica cosa sensata e razionale che avrebbe potuto fare. Prese una braciola congelata di vitello, che stava a scongelarsi in un piatto sopra il tavolo, e me la lanciò contro, colpendomi appena sopra l’occhio destro. Ero così scioccato che non riuscii quasi a reagire; scioccato non dal colpo o dal suo gesto, ma dall’assurdità del fatto che io, un uomo adulto, ero stato appena colpito in faccia da una braciola congelata di vitello. Non riuscii a trattenermi, e il flebile baluginio di un sorriso attraversò il mio viso. Improvvisamente, la rabbia e l’ostilità che avevo dentro si prosciugarono e mi ritrovai a guardare quella situazione dall’esterno, non più come un uomo coinvolto in una lite, ma come un osservatore – uno spettatore, per così dire – che osserva due persone sulla scena, ognuna delle quali vuole bene all’altra, ma che non vogliono o sono incapaci di cedere, senza aver prima ottenuto almeno una piccola perversa vittoria. A questa scena va aggiunto il fatto che – come i due poliziotti di un racconto breve di Roald Dahl, che mangiano un cosciotto surgelato di montone usato come arma in un omicidio (facendo così sparire l’unica prova del delitto) – di lì a poco avrei mangiato l’oggetto che era andato vicino a causare la fine del mio matrimonio. E io odio le braciole di vitello. Il matrimonio sopravvisse e prospera ancora, nonostante alcune occasionali riedizioni di quel nostro primo e più importante scontro. In quelle occasioni, mi ritrovai ancora a uscire, con sobrietà, fuori dalla scena della lotta, sedendomi al sicuro in un vantaggioso punto di osservazione posto più in alto, a osservare lo scontro proprio come Lord Cardigan e Lord Raglan durante le battaglie della Guerra di Crimea, preoccupandosi senz’altro degli esiti, ma, allo stesso tempo, prendendo appunti da poter utilizzare in futuro. Un curioso fenomeno, questo mostro a due teste che si ritrova completamente immerso in una situazione, e poi, d’improvviso e senza preavviso, fa un passo indietro per osservare il processo in atto. Ci sono evidenze statistiche che questo fenomeno sia prevalente tra quella bizzarra razza chiamata “scrittori”, ma che sia ancora più diffuso tra quella razza, ancor più bizzarra, chiamata “scrittori comici”. Per uno scrittore, una cosa è capire questa realtà, una cosa è conviverci. Come un lupo mannaro – quella creatura mezza uomo e mezza bestia – ho dovuto fare i conti con questa spaventosa ma inconfutabile verità: un destino crudele mi controlla e ha sconvolto e distorto la mia personalità in modo tale che, al primo segno di coinvolgimento personale, mi trasformo da essere umano nella bestia più spaventosa e pericolosa del mondo, lo scrittoreosservatore. Come avveniva a Lawrence Talbot (il personaggio interpretato al cinema da Lon Chaney) che, ogni volta che da lupo mannaro si ritrasformava in uomo, avvertiva le fitte di un tremendo senso di colpa, anche allo scrittore, la mattina dopo che si è ritrasformato in uomo, avviene la stessa cosa. Ma non può farci nulla. È maledetto. Prova a condurre una vita normale, finché non sente di nuovo che la trasformazione comincia, spendo benissimo cosa l’aspetta. Non sono sempre stato così. All’inizio, ero un bambino. Un bambino normale. Normale e carino. Andavo a scuola, mangiavo la merenda, sognavo di essere Joe Di Maggio, andavo al cinema e una volta fui cacciato da una sala perché risi troppo forte vedendo Tempi moderni di Charlie Chaplin. Nessun segno di un destino malvagio, nessun cattivo presagio. Un bambino carino e normale… be’, forse a un occhio esperto non sarebbero sfuggiti alcuni indizi. Certe volte io e i miei genitori andavamo a trovare qualche parente che abitava lontano (a quel tempo lontano significava un viaggio di 40 minuti in tram, attraversando il fiume per andare nel Bronx), e, una volta lì, mi immaginavo di essere invisibile. Nessuna creatura terrena poteva vedermi, soprattutto perché in quelle occasioni nessun adulto mi prestava attenzione o mi parlava, tranne quando qualcuno mi offriva un biscotto o una mela. Che io rifiutavo, sperando che questo li avrebbe scoraggiati da ulteriori contatti, permettendomi di avvolgermi di nuovo nel mio manto di oscurità. E le ore passavano. Loro parlavano e io ascoltavo. Li conoscevo meglio ascoltandoli che se avessi preso parte alla loro conversazione. Sul tram di ritorno a casa mi accorgevo di nuovo che nessun occhio umano riusciva a vedermi. Le persone parlavano tra di loro, non con me. Si guardavano, non guardavano me. Ignorato, non visto, inosservato me ne stavo ore a curiosare, immagazzinando una notevole quantità di preziose informazioni sulle persone: che tipo di taglio di capelli avevano, che accenti, se avevano le scarpe tirate a lucido o impolverate, se si soffiavano il naso col fazzoletto, con la manica della giacca, con la mano o in altri modi troppo indelicati da menzionare. Ogni tanto venivo notato da qualcuno, ed era invariabilmente un altro bambino della mia età che saliva sul tram e si metteva seduto con i genitori sul sedile davanti a me. Dovevo stare attento. Se l’altro bambino si fosse accorto di quello che facevo, sarei stato scoperto. Così mi mettevo a fissare il cartello della pubblicità delle gomme da masticare appeso sopra alle loro teste, pregando che quell’intruso scendesse prima di me. Ce l’avevo fatta! Ecco che scendeva. Con i suoi braccetti tozzi e il sederone. Cattivo atleta, ottimo studente. E probabilmente riceve una paghetta dai genitori. Oh, fantastico, le mutandine gli si attaccano al cavallo dei pantaloni e lui ogni volta le scosta in modo davvero ridicolo. Ce l’ho in pugno adesso! Che ci provi a minacciarmi di farmi scoprire, di rivelare la mondo la mia esistenza, e io lo svergognerò con la vivida descrizione di come scende dal tram. Poi tornavo a casa, mi mettevo a letto e facevo sogni di vittoria e trionfo. L’Ombra sa. Poi crebbi. Un centimetro qui, un centimetro là, un cambiamento nella voce, un po’ di peluria sul mento, un passaggio veloce attraverso la pubertà, un colpo di striscio alla sfera del sesso e oplà! Sono diventato un uomo. Se non proprio un uomo, un ragazzo alto. Potete accettare nel vostro mondo un bambino troppo cresciuto? C’è spazio per me? Il mio sogno, la mia ambizione e il mio obbiettivo erano di essere come Loro, come gli Altri. Accettato, Rispettato e Notato. Non un sogno impossibile da realizzare, se si lavora instancabilmente, con zelo e passione. Ma lavorare per cosa? Diventare un uomo d’affari? Non mi interessa. Uno sportivo? Non ne ho il talento. Dottore, Avvocato, Ingegnere? Non sono laureato, non ne ho il talento e non mi interessa. I miei sogni e le mie ambizioni d’improvviso mi apparvero irraggiungibili. Come fai a farti accettare, rispettare e notare se sei l’Invisibile, l’Inosservato e l’Ignorato? Una dicotomia. Sono diviso in due. Spaccato nel mezzo. Mi viene un’idea. Perché non mescolare le due cose? Se rimango l’Invisibile, l’Inosservato e l’Ignorato ma scrivo per gli altri quello che vedo, osservo e ascolto, forse posso diventare l’Accettato, il Rispettato e il Notato. Il matrimonio, una casa, una figlia qui, una figlia là, finalmente sono un Uomo. Ma la breccia si espande, la frattura si allarga. L’Occhio Nascosto osserva, la Mano Non Vista scrive, ma non riesco a conciliare tutto questo con la vita e le attività normali di un uomo. Come faccio a essere un marito, un padre, un amico, una persona se sto un passo indietro, se mi ritiro? E come faccio a diventare uno Spettatore, un Osservatore, un Ascoltatore se mi faccio coinvolgere e partecipo? Le due entità continuano a crescere, a maturare, ma separatamente, ognuna per conto suo… Finché alla fine lo strappo è completo. Possono e riescono a vivere ognuna per conto proprio, dentro lo stesso involucro, ma funzionando come entità singole e indipendenti. È nato un mostro. L’Essere Umano è un tizio piuttosto noioso. Non fuma, beve poco alle feste, veste con abiti curati ma convenzionali, tiene sott’occhio il proprio peso, l’attaccatura dei capelli e le gambe lunghe delle ragazze in minigonna, come fanno altri milioni di anonimi e indistinguibili membri della sua classe sociale e della sua età. Viene scambiato spesso per un commesso di un negozio di alimentari, spesso dai commessi dei negozi di alimentari. Gli piacciono gli sport e indulge in sogni fanciulleschi. Sul campo da tennis azzecca un passante, recupera un pallonetto difficile, fa punto con un rovescio potente e subito si immagina di vedere uno scaltro promoter di talenti che, seduto in tribuna, col sigaro in bocca, domanda eccitato: «Chi è quel ragazzo? Qualcuno gli dica che voglio vederlo nel mio ufficio!». Guida una station wagon, sempre sotto i limiti di velocità, le sue letture oscillano tra i grandi classici della letteratura e Variety, e scambierebbe sempre e comunque una cena da sette portate in un ristorante francese insignito di tre stelle Michelin per un hamburger con patatine. Assiste alle recite scolastiche delle sue figlie, andandosene via a metà con il pretesto di un importante appuntamento d’affari per poi pentirsene, e qualche volta invece rimane fino alla fine e se ne pente lo stesso. È gentile con sua madre, ossequioso verso sua suocera, liberale in politica, pacifista e incredibilmente ingenuo. È un ecologista che ama gli alberi, l’erba e l’aria pulita e crede che tutti gli animali debbano vivere liberi, e che, in più occasioni, è stato visto dare calci nei reni del suo cane per far scendere il bastardo dal suo letto. È ottimista in maniera infantile. Pensa che la giustizia alla fine prevarrà sempre, che i miti erediteranno la terra, che la bigotteria e i pregiudizi non resteranno impuniti e che i New York Giants nel football, i New York Mets nel baseball e i New York Knicks nel basket vinceranno tutti il campionato nella prossima stagione. È un sognatore e un realista, non concepisce che il dolore e la sconfitta facciano parte della sua vita, ma li accetta quando capitano. È sensibile e sentimentale. Adora Jules and Jim per la sua bellezza classica e piange quando guarda Love Story. Un uomo ordinario, insomma. Uno sguardo, il suono di una voce, uno sconosciuto che passa per strada e, in un istante, avviene la trasformazione. Il mite e mansueto Essere Umano d’improvviso corre a nascondersi dietro il suo mantello protettivo chiamato pelle e sbircia fuori, non visto, attraverso due piccoli buchi della serratura chiamati occhi. Se ne sta lì, in piedi, senza venir notato o individuato, con un allegro e malizioso sorrisetto sul viso, osservando, analizzando, indagando i movimenti, gli atteggiamenti e i gesti assurdi di quelle ridicole creature che svolgono le loro attività quotidiane senza senso. «Come è strambo il modo in cui si veste quella donna… quanto è patetico il modo in cui quell’uomo mangia… con che tristezza cammina quella coppia…». Lo scrittore è stato sguinzagliato, il Mostro è in libertà! La lente dell’obbiettivo si muove in continuazione: uno zoom indietro per avere un quadro più ampio del comportamento e delle caratteristiche fisiche; uno zoom in avanti per un’indagine più approfondita delle motivazioni psicologiche. Ma aspetta! Guarda là! Un viso familiare si avvicina. Svelto. Guarda dall’altra parte. Non farti scoprire. Hai un lavoro importante da fare, non è il momento per amene interazioni sociali. Troppo tardi. Mi ha visto. Un veloce «Ciao, come va, come sta tua moglie, perché non ceniamo insieme la prossima settimana» e se ne è andato. Posso rilassarmi. È una brava persona, ma chi crede di ingannare con quei baffoni? È una chiara compensazione per qualche grave carenza. Ma perché evitava di guardarmi negli occhi, fissando costantemente la strada mentre parlavamo? Di cosa ha paura? Cos’ha fatto? Chi stava cercando con gli occhi? Quando è che… Basta! Smettila! Comportati bene! Lascia in pace quel tizio con le gambe corte. È un tuo amico. Gli vuoi bene. È una brava persona. Se ha evitato di incrociare il tuo sguardo, significa per forza che deve aver commesso un atto criminale? Forse gli piace semplicemente guardare la strada mentre parla. Ricordati ti chiamarlo la prossima settimana per dirgli che ti farebbe tanto piacere cenare con lui. Ora che l’Essere Umano ha ripreso il controllo ed è soddisfatto del proprio ritrovato decoro e civile comportamento umano, si rilassa mettendosi a sognare a occhi aperti. Se i Knicks raggiungono in classifica Baltimora e il ginocchio di Willis Reed lo lascia in pace un altro mese… Che c’è là?! C’è una matta che sta parlando col suo cane. Non è matta perché gli parla, ma perché si aspetta che le risponda. «Perché l’hai fatto, Teddy? Non tirare, cane cattivo! Di’ alla mamma: perché l’hai fatto?». Non sarà soddisfatta finché Teddy non le risponde, e Teddy non le risponderà, il che significa che lei non sarà mai soddisfatta, come infatti non lo è, ecco perché è una vecchietta che vive da sola, ed è per questo che… Dio mio! Sta’ zitto! Lascia in pace quella poveretta! È fortunata ad avere Teddy. Non ne posso più del tuo scrutare e indagare. Smettila di guardare tutti. È una bellissima giornata primaverile. Cristo santo! Non possiamo semplicemente camminare e goderci il sole? Il calore del sole gli attraversa il corpo, dandogli piacere e confortandolo. La vita non è meravigliosa? Non è divina la natura? Le creature di Dio non sono veramente stupende? Una delle più grandi gioie dell’umanità non è gustarsi un hot dog con i crauti e una Pepsi gelata al parco? Ma la sua pace non è destinata a durare: un uomo e una donna affascinate stanno camminando davanti a lui, scambiandosi parole a bassa voce ma infuocate. Lui la ama ma la cosa non può andare avanti. Cos’è che non può andare avanti? Il loro matrimonio? La loro avventura? La loro società in affari? Loro come coppia di una gara di ballo? Maledetto bus rumoroso, mi sono perso quello che ha detto lei! Si fermano. Lei è stanca e vuole sedersi su una panchina. E io che faccio? Mi siedo dall’altro lato della panchina, facendo finta di leggere il giornale? Stupido, non hai il giornale! Potrei leggere l’etichetta della mia lattina di Pepsi, ma quanto posso andare avanti? Sicuramente si insospettiranno e se ne andranno… Perché invece non lasciarli in pace e permettergli di vivere la loro vita in privato? Mostro! Mostro! Lascia in pace il mondo! Non sono affari tuoi! Non contento di dare la caccia alle altre creature, il Mostro alla fine si getta sul suo alter ego, l’Essere Umano, e lo disseziona senza pietà. In una commedia che ha scritto c’è una coppia sposata da poco che sta litigando, e la sposa accusa suo marito di essere ingessato e pomposo. «Sei sempre impeccabile e dignitoso. Anche da ubriaco. Siedi triste al ristorante, guardando il tuo cappotto». È vero. L’Essere Umano l’ha fatto. Cerca di difendersi. «L’unica ragione per cui stavo guardando il mio cappotto era perché qualcun altro ci aveva messo gli occhi addosso». Ma il Mostro non molla. Riconosce un pallone gonfiato quando lo vede, e sa come ferirlo nel profondo. Usa la sposa della commedia come uno strumento per dar voce a quello che pensa del giovane marito. «Non riesci nemmeno a entrare in un negozio di caramelle e dire che vuoi una Tootsie Roll al caramello. Devi indicarla col dito e dire alla commessa: “Vorrei quella cosa avvolta nella carta marrone e gialla”». L’Essere Umano, alias il Giovane Marito, ribatte debolmente. Allora il Mostro si getta sulla sposa e l’accusa di essere immatura, adolescenziale e romantica in maniera infantile. Parole che riecheggiano quelle di uno scontro nella vita reale, terminato col volo di una braciola di vitello surgelata. Non c’è niente di sacro? Non ci sono segreti da mantenere? Ma il Mostro ha osservato, e quello che ha osservato, lo rivelerà. Perfino la verità su se stesso. La sposa punta di nuovo il dito per accusare il marito, alias l’Essere Umano: «Sai cosa sei? Sei un Osservatore. Nel mondo ci sono gli Osservatori e Coloro Che Agiscono. E gli Osservatori guardano Coloro Che Agiscono agire. Stanotte tu hai osservato e io ho agito». Mostro maledetto, sono solo un ragazzino e una ragazzina che provano a iniziare una vita insieme, perché non li lasci in pace? La trasformazione ormai comincia ad avvenire più spesso, con più facilità, qualche volta senza nemmeno che venga notata, senza nemmeno ci si accorga che è avvenuta. Le caratteristiche specifiche che li separavano lentamente sbiadiscono e si smorzano finché è difficile distinguerli l’uno dall’altro. Chi è ora che mi guarda dallo specchio? Se è il Mostro, perché il suo viso appare così benevolo, innocente, soddisfatto del mondo? Se è l’Essere Umano, perché mi guarda negli occhi così in profondità, con tale disgusto e con tanto disprezzo per se stesso? È notte. Infuria la battaglia per dormire. L’umano è stanco, ma lo scrittore è inquieto, pieno di idee, personaggi, conflitti, situazioni. «Sta’ zitto, maledetto!», urla il sé gentile, «e lascia dormire le persone». Dopo una notte agitata, arriva il mattino ed è l’umano che ha pagato il prezzo più alto, con gli occhi gonfi per una notte insonne. Il Mostro è brillante, attivo, pronto per andare al lavoro. L’uomo trascina il suo corpo stanco in cucina e si forza a mangiare, cosicché la Bestia possa vivere un altro giorno, per scrutare e analizzare e magari lasciare quel che rimane delle sue vittime sparso sulla pagina della macchina da scrivere, con i loro nomi camuffati, ma con le loro identità ben riconoscibili per tutti, esposte perché tutti le vedano, perché tutti ci si riconoscano e ci si immedesimino, e perché, auspicabilmente, tutti ne ridano, sotto il titolo – presto oggetto di critiche, adorato, ignorato o eccessivamente lodato

di: XXX, una nuova commedia di… Neil Simon, New York City, 10 marzo 1971

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